L’Alborella, il termometro dell’evoluzione gardesana

L’Alborella, il termometro dell’evoluzione gardesana
L’𝐀𝐥𝐛𝐨𝐫𝐞𝐥𝐥𝐚 come termometro dell’evoluzione gardesana?
Si…ma premetto che è un mio modo per dare senso e cercare di legare insieme alcune evidenze e ricerche.
Ed ecco quindi l’Alborella, un pesciolino gregario, che formava branchi enormi, la cui quantità sembrava pressoché inesauribile fino a quando, a fine anni ’90 e primi 2000, praticamente scomparve in pochissimo tempo.
Un destino che toccò, quasi contemporaneamente, altri grandi laghi italiani.
Una strana coincidenza quindi, che farebbe pensare ad una sola causa grave e globale, quindi evidente.
Ma di evidente e chiaro a tal riguardo proprio non ci fu nulla.
Leggendo 𝐈𝐥 𝐁𝐞𝐧𝐚𝐜𝐨 di Floreste Malfer, pubblicato nel 1927, trovo già una notizia da allineare con la questione del calo dei livelli idrici a scopo irriguo, che spesso sono stati indicati come causa del calo dell’Alborella, in quanto responsabili di “scoprire” velocemente dall’acqua ampie porzioni di fondale e relative uova deposte.
Il Malfer era un attento e appassionato osservatore del Lago di Garda tanto che nei suoi scritti si ritrovano osservazioni molto puntuali.
A tal riguardo ecco che il 10 agosto del 1911 documenta la frega dell’Alborella a Garda e la relativa deposizione delle uova, che comincia tra le 01:00 e 04:00 di quella notte, con l’acqua a circa 25° in superficie.
24 ore dopo, era l’11 agosto compaiono gli embrioni nelle uova deposte, alle 17:00 dello stesso giorno si notano bene i bulbi degli occhi, alle 18:00 l’embrione si muove freneticamente.
48 ore dopo, sono le 05:00 del 12 agosto, le prima larve cominciano a schiudersi.
Controllando i livelli idrici di fine anni ’90, per capire se e quanto possano aver impattato sulle uova deposte in pochissima acqua, come tipico dell’Alborella, ne esce un dato non così allarmante né così “fuori scala” tanto da poter imputare al fenomeno idrico il calo della specie.
Dal 1995 al 1998, i cali idrici tra luglio e agosto sono stati tutti compresi in una media inferiore ad 1cm/giorno, addirittura in giugno si ha avuto per quei mesi (eccetto il ’96) un aumento dei livelli.
Tra l’altro, pre regolazione idraulica il Lago di Garda poteva calare anche più velocemente e le escursioni idriche erano addirittura maggiori (dati Univ.TN).
Viene difficile quindi immaginare che la scomparsa dell’Alborella, evidenziata a partire da quegli anni, sia stata causata dai soli cali idrici.
A fine anni ’70 la pesca all’Alborella era ancora abbondante e non dava segnali di calo; es: erano 57 le tonnellate pescate nel 1970 e 99 ton quelle del 1972, quest’ultime praticamente identiche a quelle pescate nel 1925, ’28 o nel ‘57.
Ma giusto per rendere l’idea dei quantitativi prelevati nei decenni prima: nel 1939 se ne pescarono 171 di tonnellate, l’anno dopo solo 14.
Nel 1969 furono 231 le tonnellate e l’anno dopo 271 ton.
Una media di fine ‘800 riportava a quasi 200 le tonnellate di pescato annue, quando Alborella e Agone erano pesci che sfamavano letteralmente una popolazione.
Insomma alti e bassi, momenti di grande abbondanza, grandi prelievi e momenti di calo del pescato…come è sempre accaduto, almeno fino a fine anni ’90
. Passando ora al testo ottenuto dalle ricerche intercorse tra il 1974 sino al 1988 dell’Ittiologo Enzo Oppi, dal titolo: “𝐑𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐮𝐢 𝐏𝐞𝐬𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐋𝐚𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐚𝐫𝐝𝐚” si nota una questione degna di nota a mio parere per provare a sciogliere questa “matassa”.
Oppi aveva il pregio di essere un ricercatore attento che studiava sia sul campo, cercando il confronto con i pescatori professionisti, che sui libri e in laboratorio, un grandissimo professionista a mio parere.
Ebbene, proprio sull’Alborella Oppi riscontra un aumento della popolazione, eravamo a metà anni ’70, aumento che era riscontrato anche nel Como e Maggiore, a cui era associata però una diminuzione dell’Alosa (sarda di lago) che entrava in parte in competizione alimentare con l’Alborella, entrambe planctofaghe. (ved. Novello e Oppi, 1985/1986).
I pescatori di professione riferivano però anche che le rive e i litorali cominciavano a non offrire più un “letto” sufficientemente invitante per la riproduzione…questa era certamente una condizione rilevante, era un equilibrio precario.
Vista la mancanza allora dell’attuale sistema di collettamento fognario e sistema di depurazione unico, la spiegazione a questa affermazione va attribuita agli effetti indotti proprio dagli scarichi fognari civili che inducevano un aumento della “produttività” e quindi dei nutrienti, ecco spiegato in parte anche l’aumento della biomassa ittica dell’Alborella, con un aumento però anche della produzione algale che, depositandosi sui fondali, degradava proprio le zone di frega…riducendone l’efficacia.
Ancora nel 1995, con la pubblicazione dell’ottimo libro “𝐥’𝐈𝐭𝐭𝐢𝐨𝐟𝐚𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐋𝐚𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐆𝐚𝐫𝐝𝐚” dell’ittiologo/biologo Ivano Confortini, non si faceva ancora cenno ad un calo dell’Alborella, evidentemente ancora ben presente.
Quindi un lago con qualità delle acque non buona come l’attuale, era infatti in meso-oligotrofia eppure con quantità di pescato ancora importanti.
A chiusura di questo ragionamento bisogna considerare 𝐥’𝐢𝐦𝐩𝐚𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐢𝐞 𝐚𝐥𝐢𝐞𝐧𝐞 con carattere di invasività perché potrebbero aver aggravato pesantemente una situazione che probabilmente si reggeva su un equilibrio precario.
Molte specie invasive, forse le peggiori, non erano infatti presenti al tempo del libro del Malfer, di Oppi, né per quello del Confortini.
Sia il Faxonius limosus (gambero americano) arrivato nel 1998 nel Lago di Garda, che il Dikerogammarus villosus e il Procambarus clarkii (gambero rosso della Luisiana) arrivati entrambi nel 2003 hanno certamente contribuito alla predazione massiva delle uova deposte sui fondali, di ogni specie, oltre ad altri danni all’ecosistema.
Ma non solo, la prima delle 4 specie di Corbicula (vongole asiatiche) censite oggi nel Garda, ovvero la fluminea, fu catalogata per la prima volta nel 2000 e loro, insieme alla Dreissena polymorpha (anni ’70) e la D.bugensis (censita solo 4 anni fa), sono da considerare importanti competitor alimentari in quanto planctofaghe come l’Alborella(filtrano plancton come nutrimento).
Se camminate su una spiaggia del Lago di Garda oggi troverete migliaia di conchiglie, sono proprio le Corbicule.
La riflessione che mi piacerebbe stimolare con questo mio scritto è che certe situazioni attuali, come il calo della biodiversità di alcune specie ittiche, possono aver radici profonde e multifattoriali.
Ci sono davvero tante questioni da considerare e non sempre tutte sono chiare.
Giudicare in modo semplicistico, accusando chi uno sfioratore a lago del depuratore, chi la pesca di professione, i livelli idrici, il Cormorano o il Siluro e chi più ne ha più ne metta…non serve assolutamente a nulla se l’obiettivo vuole essere la comprensione.
Ad un certo punto ogni questione legata al Lago di Garda è stata ridotta, prevalentemente, al ripopolamento del Coregone lavarello, in misura molto minore alla “Trota” (Fario e/o Marmorata, Lacustre che sia) e al Luccio.
Per strada abbiamo praticamente perso (o quasi) l’Alborella, il Triotto, il Barbo, la Faraguàda (cobite), lo Spinarello, il Gobione, il Saltarèl, la magnàre (Ghiozzo e Cagnetta), gambero di fiume autoctono, ecc… una moltitudine di specie la cui “colpa” era, loro malgrado, di essere di scarso o nullo interesse commerciale.
Sono sempre più convinto che sia proprio questa la chiave di volta.
Le semplici piante acquatiche, i canneti, i litorali e le loro conformazione e gestione insieme a tutte quelle specie autoctone sopra descritte…insieme mantenevano un equilibrio alla fine utile a tutti, equilibrio senza il quale i ripopolamenti, visti oggi semplicisticamente come la soluzione generale, restano inutili.
Ma come sempre il mio obiettivo non è la polemica, che trovo di un’inutilità totale e sconveniente soprattutto per chi la fa, ma piuttosto provare ad arrivare alla radice del problema per comprendere se e quali strade restano realmente disponibili per raddrizzare la rotta.