La situazione dei livelli idrici gardesani e l’utilizzo della risorsa idrica – settembre 2026

La situazione dei livelli idrici gardesani e l’utilizzo della risorsa idrica – settembre 2026
Siamo reduci da ondate di calore intense, prolungate e multiple ed il CNR-IBE ha da poco certificato che l’estate del 2026 è stata la più calda mai registrata dal 1950, superando quella del 2003.
Ad ogni ondata di calore vengono alla ribalta sempre gli stessi discorsi legati all’acqua e alla sua disponibilità: quindi dighe, invasi, laghi artificiali, ecc… Il Lago di Garda è un lago naturale ma a regolazione artificiale, gestito come un bacino d’invaso e anch’esso risente di questioni legate al clima e disponibilità idrica.
Nonostante il caldo la gestione e l’utilizzo della risorsa idrica gardesana è stata ottimale, visti anche gli scenari che si sono generati vicino a noi, dalla siccità estrema del Fiume Po e il deficit idrico della quasi totalità dei corsi d’acqua e laghi sub alpini italiani.
Sul Lago di Garda la situazione è stata ben gestita e affrontata con anticipo, tanto che non si è mai scesi sotto percentuali di riempimento minori del 40% +/-.
Il Consorzio Irriguo del Mincio, grazie ai dati di monitoraggio e controllo dei prelievi annuali ha potuto attuare e realizzare con successo un programma di utilizzo idrico adatto al clima e disponibilità.
Inoltre i lavori PNRR realizzati da AIPO sull’Edificio Regolatore del Lago di Garda (diga di Salionze), così come i lavori alle paratie più a valle, hanno permesso una gestione e regolazione veloce e puntuale.
La Comunità del Garda in tutto questo è stata un partner presente, collaborando nel lavoro di monitoraggio e condivisione decisionale insieme agli enti sopra citati; concorrendo in un sistema quindi che nell’insieme ha funzionato.
Il risultato? Il Lago di Garda ha sofferto molto meno di quello che avrebbe potuto soffrire decenni fa, ved. 2003/2007, quando non vi era la condivisione attuale, né l’attenzione e collaborazione tra enti e territori.
Ma il vero tema di questo articolo è il seguente, ovvero la necessità ciclica di proporre dighe e bacini come antidoto alla siccità.
La politica strumentalizza ancora questa questione senza, a mio modo di vedere, affrontarne i temi delicati che infrastrutture simili sottendono e che non sono certo secondari né opinabili, eppure ancora non emergono mai a fondo nei dibattiti politici, c’è infatti ancora troppa ideologia dietro queste questioni, purtroppo.
Se volessimo infatti costruire una diga per raccogliere l’acqua in un bacino verrebbe interrotto il viaggio naturale del fiume afferente che, per non prosciugarsi a valle dell’ipotetico sbarramento, dovrebbe vedersi garantito un DMV (Deflusso Minimo Vitale), che è la quantità minima di acqua che dovrebbe sempre continuare a scorrere a valle della diga, per mantenere appunto in vita il fiume e il suo ecosistema…ma spesso non basta.
E’ una relazione, quella tra gli invasi di raccolta idrica (come le dighe e i laghi artificiali) e il deflusso minimo vitale – DMV, delicata e di equilibrio tra i bisogni dell’uomo e la salute della natura.
Quindi il ragionamento non è semplicemente “fare scorta d’acqua quando c’è”, il concetto su cui ragionare seriamente dovrebbe piuttosto essere: “come è possibile fare scorta d’acqua con invasi e dighe senza minare i già fragili equilibri ambientali che ancora abbiamo”? è forse questo il fattore che ancora sfugge a certa politica che pare vedere solo bianco o nero.
Esempio: se si decidesse di “bacinizzare” il Fiume Po, come ho sentito negli ultimi mesi, ci sarebbero varie criticità da valutare a mio parere, per non portate in sofferenza potenzialmente ecosistemi importantissimi come il suo Delta, ad esempio.
Prima di pensare ad opere simili bisognerebbe capire bene a fondo se le richieste idriche ad uso irriguo sono razionalizzabili, correttamente derivate/monitorate e se determinate coltivazioni ed irrigazioni sono coerenti con il trend del clima ed in prospettiva con le disponibilità idriche, solo dopo aver definito chiaramente questo si potranno considerare progettazioni come dighe e relativi invasi.
Si sente spesso infatti questa frase: “bisogna trattenere l’acqua nei bacini artificiali perché altrimenti va sprecata”; in realtà non va sprecata, nulla in natura si spreca e tutto ha un fine; quell’acqua infatti assolve vari ruoli lungo tutto il suo decorso, se non se ne comprende il valore si continuerà a considerarla come “persa”, erroneamente.
Il problema principale (ma come tale risolvibile), a mio modo di vedere, è il blocco/limitazione dello scorrere dell’acqua in quanto si genererebbe:
• Effetto spugna: gli invasi trattengono l’acqua come una spugna durante i periodi di pioggia per usarla “strizzandola” quando c’è carenza.
• Fiumi all’asciutto o eccessivamente magri: se la diga trattiene troppa acqua (effetto spugna), magari in previsione di estati sempre più siccitose, il fiume a valle rischia di entrare in crisi e con esso tutto l’ecosistema ad esso legato.
• Perdita di habitat: senza il giusto livello di acqua DMV e DE (lo vedremo dopo), i pesci e le piante acquatiche nel peggiore dei casi muoiono.
Probabilmente a qualcuno ancora non è chiaro che la dove un habitat entra in crisi si generano effetti a cascata che arrivano dritti ad intercettare anche la nostra qualità della vita e salute, ecco perchè non sono problemi secondari da considerare.
La sfida più difficile, se si arriverà alla creazione di nuovi bacini artificiali, credo sarà quella della gestione, ovvero trovare un equilibrio.
• Tensioni tra usi diversi e diversi utilizzatori: l’acqua accumulata serve per bere (in primis), per l’agricoltura e industria e per produrre energia pulita (idroelettrica), ma garantire il DMV (e oltre) significa ad un certo punto “rinunciare” a una parte di questa risorsa e quando la situazione diventa criticita, diventerà critica proprio questa gestione.
• Il cambiamento climatico: con estati sempre più calde e secche, gli invasi si riempiranno meno e se lo faranno sarà attraverso eventi spesso estremi di difficile gestione.
Diventa difficilissimo quindi scegliere se tenere l’acqua per le coltivazioni o rilasciarla nel fiume per non farlo morire e per garantire il suo ciclo biologico/fisiologico.
Anche l’acqua trattenuta in un bacino, con questo caldo, non resta inerte, evolve peggiorando le sue caratteristiche iniziali, soprattutto quando già ricca di sali nutritivi come spesso accade.
• Alla fine non si potrà rilasciare solo una quantità fissa e minima di acqua, il DMV, ma bisognerà imitare il ritmo naturale del fiume con un DE-Deflusso Ecologico, pena il suo decadimento.
In Italia ed Europa, le leggi che regolano il rapporto tra gli invasi (dighe) e la vita dei fiumi si sono evolute profondamente negli ultimi anni, passando da un concetto matematico, il DMV con legge del 18 maggio 1989, n°183, a uno molto più attento alla natura, Il DE (Deflusso Ecologico) del 2017 – Linee guida ISPRA/MATTM. La legge stabilisce con forza che l’acqua usata per gli invasi non può azzerare e/o compromettere la vita del fiume a valle.
Le leggi più importanti a tal riguardo sono:
• La Direttiva Quadro Acque (2000/60/CE), che è la legge madre a livello europeo. Fissa un obiettivo chiaro: tutti i corpi idrici (fiumi, laghi, coste) devono raggiungere un “buono stato ecologico”, ma per raggiungerlo serve acqua tra le altre cose.
• Questa legge spiega che per avere un fiume sano non basta che l’acqua sia pulita, ma serve che ce ne sia abbastanza, bloccando i prelievi eccessivi delle dighe.
La legge italiana porta con sé un Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006):
• All’articolo 96 stabilisce che le concessioni per trattenere acqua negli invasi sono valide solo se viene garantito il minimo deflusso vitale DMV e l’equilibrio del bilancio idrico.
• La legge dice chiaramente che la priorità assoluta d’uso dell’acqua spetta al consumo umano (potabile), seguito dall’agricoltura, ma sempre senza danneggiare il fiume.
Proprio per questo i decreti del Ministero dell’Ambiente – MATTM del 2017 (in particolare il Decreto n. 30/STA del 13 febbraio 2017) hanno permesso che l’Italia adottasse ufficialmente il concetto di DE, Deflusso Ecologico.
Quindi che cosa cambia rispetto il DMV?
Dal rilasciare acqua secondo un calcolo matematico (%) di portata minima, si passa a garantire un vero e proprio regime idrologico, valutando la fisiologia ambientale, non solo i metri cubi, il DE.
Gli invasi devono rilasciare più acqua nei mesi in cui il fiume ne ha naturalmente bisogno e possono trattenerne di più nei periodi consentiti, usando indicatori biologici (es. lo stato di salute dei pesci e delle piante) per decidere quanta acqua far scorrere.
Credo sia intuibile quanto possa diventare complesso definire un DE realmente in grado di soddisfare tutte le esigenze, soprattutto proiettatati come siamo verso un quadro climatico incerto e decisamente difficile, quindi in uno stato costantemente emergenziale, come sempre.
Come avrete capito c’è stata negli anni un’evoluzione.
Il Lago di Garda (Comunità del Garda), AIPO e i Consorzi Irrigui Mantovani però da tempo hanno dato il via, anticipando i tempi in un certo senso, ad un lavoro di concertazione importante che ha dato i suoi frutti come scritto sopra.
E’ un primo importante passo che dovrà ulteriormente affinarsi secondo me in relazione all’ambiente, continuando a garantire quanto fin ora ha potuto garantire, cioè disponibilità d’acqua praticamente in ogni condizione, concentrando però sempre più attenzione al contesto ambientale/habitat di monte e valle in cui l’acqua gioca il suo ruolo primario perché, come dico sempre, senza un habitat sano avremo in futuro sempre più problemi legati alla qualità dell’acqua e quindi alla nostra qualità della vita…forse il grande e vero problema futuro.

Concludendo… Il Lago di Garda ha un suo invaso, definito matematicamente con il voto 55 del 1965 dal LL.PP, una quota idrica disponibile ad uso irriguo: +15cm come minimo e +140cm come massimo rispetto lo zero idrometrico, con possibilità di deroghe in casi eccezionali.
Ora, oltre a riconsiderare questa quota in relazione al tempo/clima che stiamo vivendo si dovrà, per il bene nostro e di chi verrà dopo di noi, garantire che questa possa rispondere coerentemente agli interventi di recupero ambientale necessari ed in progettazione per il raggiungimento un habitat funzionale a sé stesso, quindi sano e vivo.
Se ad un lavoro come quello che è già in atto, ovvero di concertazione e risparmio idrico si riuscirà ad affiancare un lavoro concreto di recupero degli habitat (in relazione all’evoluzione legislativa da DMV a DE), allora forse si potranno porre le basi per mitigare ed essere resilienti ad un cambiamento che ci sta mettendo davanti scenari non certo semplici da affrontare.
Sarà un percorso che dovrà essere accompagnato da un nuovo modo di fare politica credo, un nuovo modo di intenderla ed esercitarla: ovvero meno ideologia, più studio e conoscenza del territorio e delle sue dinamiche.