L’intervista per “Il Dolomiti”: il Lago di Garda, Coregone lavarello, Specie Aliene e Habitat
“Oltre 28 milioni di piccoli coregoni immessi?
Credo che purtroppo il ripopolamento non rappresenti un traguardo per il Lago di Garda dal momento che il calo degli esemplari è iniziato prima dello stop alle immissioni dovute ad un decreto ministeriale”.
È una posizione netta quella di Filippo Gavazzoni, vicepresidente della Comunità del Garda e vicesindaco di Peschiera del Garda: nell’intervista concessa a il Dolomiti, allarga lo sguardo ben oltre i numeri dell’ultima campagna di ripopolamento e, avverte che “un lago non è un allevamento a cielo aperto, bensì un ecosistema”, invitando a leggere le criticità del Garda non solo basandosi su una specie, per di più a forte valore commerciale.
La questione, per Gavazzoni – che ha alle spalle un’importante attività di studio e numerosi approfondimenti sul tema – è strutturale.
Riferendosi all’importanza del recupero degli habitat naturali lacustri sottolinea come “le conoscenze attuali ci permettono di provarci”, a patto di mettere in sinergia scienza, politica e uno sguardo lungimirante sul futuro.
E se da un lato l’invito è quello a ripensare l’approccio ai ripopolamenti, dall’altro viene espresso apprezzamento per la legge interregionale sulla sanificazione di motori e carene, già approvata da Lombardia e Trentino e in fase conclusiva in Veneto.
“Siamo ormai ad un passo rispetto a questa legge che tutelerà la biodiversità autoctona” spiega, rivendicando come questo risultato condiviso rappresenti “un inizio, non un arrivo”.
E a partire da questi due macro argomenti, a svilupparsi è una riflessione a 360 gradi sul Lago di Garda: dalla perdita di biodiversità alla pressione antropica, fino alla necessità di una gestione condivisa tra territori. Sullo sfondo una convinzione ben chiara: “Siamo davanti ad un bivio e possiamo ancora scegliere quale strada intraprendere”.
Gavazzoni, oltre 28 milioni di piccoli coregoni sono stati immessi solamente sulla sponda bresciana del lago di Garda nell’ultima campagna di ripopolamenti: come valuta quest’operazione?
Credo che purtroppo il ripopolamento non rappresenti un traguardo per il Lago di Garda: il fatto che per anni si sia imputato al mancato ripopolamento in incubatoio la diminuzione del pescato di questa specie è stato a mio avviso fuorviante rispetto ai veri problemi alla base del fenomeno.
Infatti, come avevo documentato, il calo della pesca era già evidente nel 2020 e 2021 con una riduzione media di oltre 10 mila chili all’anno che ho documentato fino al 2024, consecutivamente.
Il fermo dei ripopolamenti è cominciato invece nel 2021, quando è saltata l’attività ittiogenica per il decreto del Ministero dell’Ambiente: se a questi dati allineiamo il fatto che un Coregone nel Lago di Garda impiega due anni per arrivare alla quota minima di 30 centimetri, si evince facilmente che il calo del pescato non era da imputare allo stop ministeriale dei ripopolamenti, in quanto i tempi dell’ipotetico calo rispetto l’accrescimento non coincidono.
Tra l’altro il coregone non è l’unica specie ad aver registrato un calo.
Dobbiamo considerare anche che il calo dell’Agone (la sarda di Lago) registrato tra il 2022, 2023 e 2024 è di circa il 50 per cento, con i dati che come per il coregone sono stati estrapolati da un conteggio su circa il 70/80 per cento del pescato totale.
Il punto?
Visto che l’Agone non rientra tra le specie immesse con ripopolamenti, è riprova che le cause sono da ricercare altrove, ricordando però che cali fisiologici del pescato non sono novità per il Lago di Garda: tra alti e bassi sono verificabili sin dai primi dati registrati da fine Ottocento fino agli anni Ottanta.
Cosa ci dice questo?
Che la riproduzione in incubatoio non è la soluzione ai problemi, ma va piuttosto contestualizzata, affinata, ulteriormente finanziata e portata all’eccellenza in modo qualitativo, non quantitativo.
Al netto di altre specie in difficoltà riproduttiva, ci si concentra quasi esclusivamente sul Coregone: come analizza questa scelta?
Credo che sia fondamentale smettere di considerare il coregone come l’unica specie degna di attenzione sul Lago di Garda, questo solo perché ha un valore commerciale.
Un lago infatti non è un allevamento a cielo aperto, bensì un ecosistema, un sistema ecologico complesso ed interconnesso tra vari elementi naturali e come tale, per restare in equilibrio, ha bisogno di tutti i suoi protagonisti, quindi tutte le specie sia animali che vegetali, forti della loro biodiversità e biomassa necessaria, altrimenti nulla si regge.
Questo è di fatto il concetto che evidentemente è sfuggito fino ad oggi alla politica a vari livelli e nel corso dei decenni.
La mia non è un’accusa né una polemica, ma una constatazione schietta della realtà.
Quale sarebbe a suo avviso l’approccio migliore?
Spendere tempo e risorse per una sola specie, il Coregone, è inutile: bisogna piuttosto guardare al futuro e farlo con la scienza al fianco della politica, su certe scelte trovo sia imprescindibile questo binomio.
Sia chiaro, non sono contro le attività ittiogeniche, vorrei solo che fossero gestite diversamente, lasciando quanti più riproduttori in natura, prelevando in caso solo il minimo possibile e tendere al massimo ottenibile da quel minimo prelevato.
Quando una specie è in grado di riprodursi in natura, come fa ancora il Coregone, va tutelata la riproduzione naturale, ripristinando e migliorando i letti di frega, la vegetazione acquatica, ampliando il fermo pesca a tutela della riproduzione e mettendo in campo azioni atte a contrastare il bracconaggio in modo ferreo e senza sconti.
In questo modo non si aiuterebbe solo il Coregone, ma anche quelle specie che condividono, in stagioni differenti, gli stessi letti di frega, come il Cavedano e l’Alborella ed esempio.
C’è poi il tema della gestione complessiva dell’habitat naturale gardesano, che non può non essere citata.
La soluzione per il Lago di Garda esiste ed è in grado di mettere tutti d’accordo, contemplando esigenze ambientali, turistiche e sociali: parlo della rinaturazione degli habitat.
Inutile girare intorno a questo concetto: seppur ampio e non semplice, rappresenta un punto fermo se si vuole davvero fare sul serio.
Posso dire di aver analizzato ogni pubblicazione scientifica che ho potuto recuperare, così come ogni testo sullo stato ecologico ed evolutivo del Lago di Garda: l’ho fatto, da amministratore, proprio per poter esprimere e proporre proposte strutturate e logiche.
Queste evidenze scientifiche in massima sintesi ci dicono come, nonostante la buona qualità attuale delle acque, il Lago abbia perso molta della sua biodiversità ittica e biomassa vegetale negli ultimi decenni, nel totale silenzio ed indifferenza delle istituzioni, guadagnando nel frattempo varie specie aliene, molte con carattere di invasività.
Quali sono le principali cause della perdita di biodiversità ittica?
Possiamo ricondurla essenzialmente a tre macro-fattori: la presenza di specie aliene con carattere di invasività, la pressione antropica e i cambiamenti climatici.
Il tema delle specie aliene è molto discusso, in quest’ottica la legge sulla sanificazione di carene e motori sembra un passo fondamentale.
Decisamente.
Per fronteggiare la prima causa è in ultimazione la Legge sulla Sanificazione Carene e Motori, un provvedimento di legge a carattere interregionale che proposi alle regioni nel 2020, inserendola come punto nel Contratto di Lago, che realizzai e feci firmare ai sindaci gardesani ad ottobre 2019.
Questa legge, approvata in via definitiva già dalla PAT e Lombardia ed in ultimazione in Veneto, quando diverrà operativa metterà finalmente un freno all’invasione di ulteriori specie aliene nel Garda, tuttora in corso, divenendo anche la prima legge in Italia in tal senso.
Lei si è occupato molto dell’impatto della pressione antropica sul Garda, legato anche al fenomeno dell’overtourism: come si può trovare il giusto compromesso tra tutela degli habitat naturali e dinamiche economiche ormai consolidate?
Per quanto riguarda gli effetti della pressione antropica, possiamo fare tanto attraverso la rinaturazione delle sponde e dei litorali, dove possibile, agendo con piantumazione di piante acquatiche autoctone, come il canneto, che possiamo considerare importante quanto il sistema immunitario per una persona.
Allo stesso tempo vanno ripristinati i letti di frega delle specie ittiche, laddove compromessi.
Specifico che sarebbe il caso di farlo nell’alveo degli interventi per le opere infrastrutturali in realizzazione, come la Ciclovia del Garda o la collocazione del nuovo sistema di collettazione.
Queste sono azioni fondamentali se si vuole davvero fare sul serio e cercare di risalire la china.
Per quanto riguarda il cambiamento climatico, invece, è evidente che possiamo fare poco a livello locale, dal momento che il problema è globale.
Questa riflessione porta inevitabilmente al gettare lo sguardo sul tema della “gestione” condivisa del Garda, nell’ottica di promuovere interventi coordinati.
Penso che Lombardia, Veneto e Provincia autonoma di Trento, dopo aver sposato e approvato la proposta di legge sulla sanificazione carene e motori, dovrebbero coerentemente imprimere un’accelerazione, come già proposi attraverso un documento realizzato “ad hoc” per loro oltre un anno fa, mettendo in ordine di priorità interventi con relative risorse, per dimostrare che un recupero della biodiversità è possibile.
Le conoscenze attuali ci permettono di provarci, tra l’altro, con un impegno economico irrisorio se messo a confronto con interventi già finanziati quali la Ciclovia o il collettore.
Lei ha dichiarato “un lago in salute, con un habitat funzionale, sarà un valore aggiunto per ogni settore”.
Lo sguardo è quello dell’amministratore, oltre che di chi ha alle spalle un’intensa attività di studio e di approfondimenti sull’ecosistema gardesano.
Credo che un lago in salute sarà fondamentale per la nostra qualità della vita, per la promozione della destinazione turistica, soprattutto in prospettiva, per il mantenimento delle caratteristiche di idro-potabilità dell’acqua e anche per mitigare gli effetti del riscaldamento globale.
Nulla è slegato in un ambiente naturale, tutto si regge su equilibri che non possono essere ignorati a fronte di ciò che pensiamo essere più interessante o conveniente: la superficialità nel considerare queste questioni costerà molto caro in futuro, pena il declino ambientale che stiamo cominciando solo ora a comprendere.
Entrando nei dettagli, un’ampia vegetazione a canneto infatti assicura una fitodepurazione ottimale e quindi un contrasto agli effetti del surriscaldamento delle acque e problematiche ad esse connesse.
Il recupero della biodiversità ittica contribuirà probabilmente anche a mantenere sotto controllo la competizione alimentare che si crea con le specie invasive, cercando così di ripristinare equilibri perduti.
Insomma, il discorso è davvero complesso e ampio, difficile da sintetizzare in un’intervista.
Posso però affermare che siamo davanti ad un bivio e possiamo ancora scegliere quale strada intraprendere.
Un’ultima battuta, questa legge interregionale contro le specie invasive può rappresentare un punto di partenza importante per questo percorso?
Siamo ormai ad un passo rispetto a questa legge che tutelerà la biodiversità autoctona, lo abbiamo fatto con una legge di intesa, per primi in Italia.
Abbiamo già dimostrato quindi che quando la politica vuole può arrivare a grandi risultati.
Il mio entusiasmo, e la mia positività, mi portano a pensare che Lombardia, Veneto e Trentino abbiano preso consapevolezza rispetto ad un problema, e la logica suggerisce che, fatto il primo passo, i successivi dovrebbero essere più veloci e convinti.
Questa legge è un inizio, non un arrivo, e con un lavoro di squadra a livello interregionale credo fortemente potremo raggiungere gli obiettivi sopra esposti in pochissimi anni e vedere i risultati in un lasso di tempo altrettanto breve.
Le associazioni di categoria – albergatori, campeggiatori, ristoratori – e la società civile dovrebbero esigere questo cambio di passo e desiderare un lago vivo, sano, ricco di biodiversità e che diventerebbe in brevissimo tempo anche un caso di studio in positivo per moltissimi altri contesti che stanno vivendo la stessa situazione.