Una riflessione sulla pesca di professione gardesana
𝗜𝗹 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗲𝘀𝗰𝗮 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗻𝗲𝗹 𝗟𝗮𝗴𝗼 𝗱𝗶 𝗚𝗮𝗿𝗱𝗮 sembra sempre più messa in discussione, in primis dall’opinione pubblica…un vero peccato a mio parere.
Posso anche comprendere chi oggi la critica, anche duramente, visto che non credo stia in generale dando proprio una bella immagine di sé.
Se nel lago manca il pesce la colpa è dei pescatori, visti come bracconieri e persone senza scrupoli…questo in sintesi è spesso ciò che sento e non condivido.
Ma non è sempre stato così, per questo ho scritto che è un vero peccato.
Vorrei quindi aprire una finestra temporale e descrivervi, almeno in parte, cosa fosse la pesca di professione una volta, che ruolo avesse, per poi chiudere con una riflessione, perché giudicare gli altri è facile, cercare di comprendere questioni multifattoriali e complesse, meno.
Potrei cominciare questo racconto in vari modi…ma comincerò dalla “𝗽𝗶𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮”.
La piombatura era un “cartellino” che si applicava sulla branchia alle Trote Lacustri, quando in massa raggiungevano Peschiera del Garda e il Fiume Mincio per riprodursi.
I pescatori le pescavano per recuperarne le uova da fornire al 𝗥𝗲𝗴𝗶𝗼 𝗦𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝗲𝘀𝗰𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮 (1880-1943), affinché venissero poi fecondate, fatte schiudere in sicurezza in incubatoio e successivamente rilasciate come ripopolamento.
Nel periodo di riproduzione la pesca per la vendita diretta era vietata, solo pochi esemplari potevano essere prelevati con lo scopo di fornire uova per gli incubatoi, in deroga al divieto quindi, mentre varie migliaia di trote si riproducevano comunque lungo le sponde del fiume.
Il Fiume Mincio allora, pre-rettificazione idraulica, era un dedalo di isolette e anse ricche di vegetazione acquatica e canneto, un habitat perfetto.
Ogni trota pescata dopo la “mungitura” evidentemente moriva e veniva così applicata la “piombatura”.
Solo le trote che presentavano il cartellino piombato però, una sorta di marchio di identificativo con un codice numerico o alfabetico che ogni anno variava in accordo con il prefetto, potevano essere vendute e commercializzate.
Chiaramente quelle senza piombatura erano da ritenersi fuori legge, tenendo così a freno il bracconaggio, salvaguardando la posa naturale delle uova e il mantenimento della specie e quindi i riproduttori.
La piombatura avveniva sotto gli occhi dei responsabili dello stabilimento di Peschiera (in foto sotto, sull’uscio dello stabile, pare esserci proprio essere uno di loro).
Sempre in questa foto, recuperata dal libro “𝑺𝒂𝒈𝒈𝒊 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒊 𝒔𝒖𝒍𝒍’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒊𝒄𝒐𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝑩𝒆𝒏𝒂𝒄𝒆𝒏𝒔𝒆” scritto da Dante Lugo del 1905, di proprietà del prof. Franco Prospero, potete vedere una rara e credo per altro unica immagine proprio del momento della mungitura a destra e piombatura sul tavolo a sinistra, delle trote nel Regio Stabilimento di Peschiera.
Si vede anche a destra la canaletta in legno in entrata nello stabile che portava acqua nella vasche di schiusa, rifornita da un mulino, sullo sfondo il ponte doppio Asburgico e canneti tutt’intorno.
𝗠𝗮 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝘀𝗰𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲?
Erano ovviamente loro che eseguivano i prelievi delle Trote, sempre loro le portavano allo stabilimento, le mungevano, per poi piombarle e venderle.
Ma non era solo questo il loro ruolo.
Facevano gestione dei canneti, pulendoli e tagliandoli nelle stagioni corrette, tagliavano le alghe con il falcetto lungo i canali di Peschiera del Garda ad esempio (me lo raccontava mio zio Bruno classe 1909), pulivano la ghiaia ed i fondali in prossimità della riproduzione delle Alborelle, per garantire letti di frega liberi dal fango…insomma gestivano il loro territorio al pari di un contadino che cura il suo campo per coglierne poi i frutti.
Questi erano i pescatori di professione gardesani.
Le loro azioni e la loro attività non influiva negativamente sull’equilibrio del Garda, almeno non in modo “tossico” diciamo; prelevavano sicuramente in modo intenso, il bracconaggio era anche una volta una realtà, anche per fame…ma vi era cura dell’equilibrio ittico e dell’habitat per assicurare una coesistenza tra necessità e continuità.
Il prelievo infine restava in equilibrio con la produzione del lago…questo almeno fino agli anni ’60, per poi pian piano andare in disequilibrio.
Tanti furono i fattori concorrenti, legati al cambio degli “usi e costumi” dal dopo guerra ai nostri giorni.
Invece oggi? Cosa possiamo dire a riguardo?
Tralasciando il discorso dell’involuzione ambientale, pressione antropica e specie invasive, di cui ho parlato varie volte, c’è da dire che ad un certo punto della storia si è gestito il Garda come fosse un grosso allevamento di pesce, concentrandosi praticamente solo sul prelievo, dimenticandosi velocemente della gestione e delle necessità e doveri ad essa connessi.
Ad un certo punto si è solo prelevato e consumato, non si è più “coltivato” il campo da cui si raccoglievano i frutti diciamo, per restare coerente con l’esempio precedente.
La società era cambiata, così l’economia e le priorità.
Si è persa quella strada virtuosa che poneva il Garda se non al centro comunque protagonista delle decisioni e attenzioni.
L’imprenditoria turistica affermatasi sul Lago di Garda, per esigenze e sua natura, doveva necessariamente essere veloce per restare al passo con i tempi e le esigenze dei mercati.
Più frenesia, meno attenzioni, poco tempo per riflettere forse sulle scelte e conseguenze immagino.
A loro volta i pescatori hanno perso d’importanza, così le pratiche annesse di gestione ed il distacco tra le esigenze del lago e la società è infine diventato un abisso.
Se solo non si fosse perso quel senso di rispetto per il Lago e anche quella conoscenza profonda delle sue dinamiche che proprio i pescatori di una volta portavano in dote, tramandandosi esperienze generazionali, probabilmente oggi le cose sarebbero diverse.
Idealmente la pesca di professione dovrebbe ritrovare i valori di un tempo, le istituzioni dovrebbero riconsegnare loro obblighi, oneri e rispettivi diritti e tutele.
Immediatamente sparirebbero certi personaggi che più che pescare “saccheggiano” il lago…ma è pura utopia e me ne rendo conto in un certo qual modo.
Forse…ed è un forse grande come una casa, si potrebbe ricostruire una nuova consapevolezza in questo settore, uscendo da quello che ormai sembra un “far west”, dove i pochi pescatori che svolgono ancora questa attività con serietà sono in balia di una deriva generale che pare irrecuperabile.
Così facendo la fine della pesca di professione credo sarà prossima, insieme al decadimento di un ecosistema di cui proprio loro una volta erano “custodi”.
In copertina all’articolo un disegno di Sergio Bazzana in cui si ritrae un pescatore gardesano intento a calare la ghiaia per migliorare i letti di frega per l’Alborella.
Posso anche comprendere chi oggi la critica, anche duramente, visto che non credo stia in generale dando proprio una bella immagine di sé.
Se nel lago manca il pesce la colpa è dei pescatori, visti come bracconieri e persone senza scrupoli…questo in sintesi è spesso ciò che sento e non condivido.
Ma non è sempre stato così, per questo ho scritto che è un vero peccato.
Vorrei quindi aprire una finestra temporale e descrivervi, almeno in parte, cosa fosse la pesca di professione una volta, che ruolo avesse, per poi chiudere con una riflessione, perché giudicare gli altri è facile, cercare di comprendere questioni multifattoriali e complesse, meno.
Potrei cominciare questo racconto in vari modi…ma comincerò dalla “𝗽𝗶𝗼𝗺𝗯𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮”.
La piombatura era un “cartellino” che si applicava sulla branchia alle Trote Lacustri, quando in massa raggiungevano Peschiera del Garda e il Fiume Mincio per riprodursi.
I pescatori le pescavano per recuperarne le uova da fornire al 𝗥𝗲𝗴𝗶𝗼 𝗦𝘁𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗣𝗲𝘀𝗰𝗵𝗶𝗲𝗿𝗮 (1880-1943), affinché venissero poi fecondate, fatte schiudere in sicurezza in incubatoio e successivamente rilasciate come ripopolamento.
Nel periodo di riproduzione la pesca per la vendita diretta era vietata, solo pochi esemplari potevano essere prelevati con lo scopo di fornire uova per gli incubatoi, in deroga al divieto quindi, mentre varie migliaia di trote si riproducevano comunque lungo le sponde del fiume.
Il Fiume Mincio allora, pre-rettificazione idraulica, era un dedalo di isolette e anse ricche di vegetazione acquatica e canneto, un habitat perfetto.
Ogni trota pescata dopo la “mungitura” evidentemente moriva e veniva così applicata la “piombatura”.
Solo le trote che presentavano il cartellino piombato però, una sorta di marchio di identificativo con un codice numerico o alfabetico che ogni anno variava in accordo con il prefetto, potevano essere vendute e commercializzate.
Chiaramente quelle senza piombatura erano da ritenersi fuori legge, tenendo così a freno il bracconaggio, salvaguardando la posa naturale delle uova e il mantenimento della specie e quindi i riproduttori.
La piombatura avveniva sotto gli occhi dei responsabili dello stabilimento di Peschiera (in foto sotto, sull’uscio dello stabile, pare esserci proprio essere uno di loro).
Sempre in questa foto, recuperata dal libro “𝑺𝒂𝒈𝒈𝒊 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒖𝒅𝒊 𝒔𝒖𝒍𝒍’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒊𝒄𝒐𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝑩𝒆𝒏𝒂𝒄𝒆𝒏𝒔𝒆” scritto da Dante Lugo del 1905, di proprietà del prof. Franco Prospero, potete vedere una rara e credo per altro unica immagine proprio del momento della mungitura a destra e piombatura sul tavolo a sinistra, delle trote nel Regio Stabilimento di Peschiera.
Si vede anche a destra la canaletta in legno in entrata nello stabile che portava acqua nella vasche di schiusa, rifornita da un mulino, sullo sfondo il ponte doppio Asburgico e canneti tutt’intorno.
𝗠𝗮 𝗶𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝘂𝗼𝗹𝗼 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗲𝘀𝗰𝗮𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗲?
Erano ovviamente loro che eseguivano i prelievi delle Trote, sempre loro le portavano allo stabilimento, le mungevano, per poi piombarle e venderle.
Ma non era solo questo il loro ruolo.
Facevano gestione dei canneti, pulendoli e tagliandoli nelle stagioni corrette, tagliavano le alghe con il falcetto lungo i canali di Peschiera del Garda ad esempio (me lo raccontava mio zio Bruno classe 1909), pulivano la ghiaia ed i fondali in prossimità della riproduzione delle Alborelle, per garantire letti di frega liberi dal fango…insomma gestivano il loro territorio al pari di un contadino che cura il suo campo per coglierne poi i frutti.
Questi erano i pescatori di professione gardesani.
Le loro azioni e la loro attività non influiva negativamente sull’equilibrio del Garda, almeno non in modo “tossico” diciamo; prelevavano sicuramente in modo intenso, il bracconaggio era anche una volta una realtà, anche per fame…ma vi era cura dell’equilibrio ittico e dell’habitat per assicurare una coesistenza tra necessità e continuità.
Il prelievo infine restava in equilibrio con la produzione del lago…questo almeno fino agli anni ’60, per poi pian piano andare in disequilibrio.
Tanti furono i fattori concorrenti, legati al cambio degli “usi e costumi” dal dopo guerra ai nostri giorni.
Invece oggi? Cosa possiamo dire a riguardo?
Tralasciando il discorso dell’involuzione ambientale, pressione antropica e specie invasive, di cui ho parlato varie volte, c’è da dire che ad un certo punto della storia si è gestito il Garda come fosse un grosso allevamento di pesce, concentrandosi praticamente solo sul prelievo, dimenticandosi velocemente della gestione e delle necessità e doveri ad essa connessi.
Ad un certo punto si è solo prelevato e consumato, non si è più “coltivato” il campo da cui si raccoglievano i frutti diciamo, per restare coerente con l’esempio precedente.
La società era cambiata, così l’economia e le priorità.
Si è persa quella strada virtuosa che poneva il Garda se non al centro comunque protagonista delle decisioni e attenzioni.
L’imprenditoria turistica affermatasi sul Lago di Garda, per esigenze e sua natura, doveva necessariamente essere veloce per restare al passo con i tempi e le esigenze dei mercati.
Più frenesia, meno attenzioni, poco tempo per riflettere forse sulle scelte e conseguenze immagino.
A loro volta i pescatori hanno perso d’importanza, così le pratiche annesse di gestione ed il distacco tra le esigenze del lago e la società è infine diventato un abisso.
Se solo non si fosse perso quel senso di rispetto per il Lago e anche quella conoscenza profonda delle sue dinamiche che proprio i pescatori di una volta portavano in dote, tramandandosi esperienze generazionali, probabilmente oggi le cose sarebbero diverse.
Idealmente la pesca di professione dovrebbe ritrovare i valori di un tempo, le istituzioni dovrebbero riconsegnare loro obblighi, oneri e rispettivi diritti e tutele.
Immediatamente sparirebbero certi personaggi che più che pescare “saccheggiano” il lago…ma è pura utopia e me ne rendo conto in un certo qual modo.
Forse…ed è un forse grande come una casa, si potrebbe ricostruire una nuova consapevolezza in questo settore, uscendo da quello che ormai sembra un “far west”, dove i pochi pescatori che svolgono ancora questa attività con serietà sono in balia di una deriva generale che pare irrecuperabile.
Così facendo la fine della pesca di professione credo sarà prossima, insieme al decadimento di un ecosistema di cui proprio loro una volta erano “custodi”.
In copertina all’articolo un disegno di Sergio Bazzana in cui si ritrae un pescatore gardesano intento a calare la ghiaia per migliorare i letti di frega per l’Alborella.